Tavolo Giornalismo e mass media
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"Il trio delle cicciottelle”, “Bastardi islamici”, “Diawara, una giornata di stop al gorilla”.
Perché il giornalismo deve rappresentare un baluardo del rispetto e del corretto uso della parola.

C’era una volta la carta stampata, simbolo di quel formato fisso che incoraggiava i lettori a credere in verità stabili e consolidate: con l’avvento del web, e in particolare dei social, sembrano essere andati in pensione anche i fatti, che sempre più spesso oggi corrispondono semplicemente a “qualcosa che qualcuno ritiene vera”: in pratica ognuno crede alla sua verità e attraverso quella che gli studiosi chiamano “cascata d’informazioni” fatti veri e falsi oggi si diffondono allo stesso modo ed è estremamente facile pubblicare informazioni false che vengono subito condivise e prese per vere. Rischio dal quale non sono esenti le testate giornalistiche, per le quali la ricerca di quella che un tempo si chiamava verità sostanziale dei fatti, ottenuta con precisione e imparzialità, sembra non essere più la mission né l’esigenza prioritaria. Con conseguenze non proprio trascurabili come l’inquinamento del dibattito pubblico e la formazione delle opinioni. Come far sì che la misura del valore di una notizia torni ad essere la veridicità e non la viralità? Come riuscire a riappropriarsi della responsabilità della verifica delle informazioni senza delegare ai lettori il giudizio sulla loro credibilità? Come andare oltre la filter bubble, ovvero quella patina attraverso la quale la Rete ci racconta il mondo, fornendoci una versione modificata per rafforzare le nostre convinzioni preesistenti? In ballo c’è la libertà di scelta, che non può essere lasciata in mano alla tecnologia e agli automatismi: per superare la misinformation basta poter nuovamente contare su un giornalismo autorevole o è necessario che anche i lettori riacquistino un ruolo attivo nel momento in cui scelgono di chi essere amici e a chi dare credito? E ancora: dove sta il confine tra spettacolarizzazione, sensazionalismo ed etica dell'informazione? Come far pesare l'abuso mediatico di stereotipi, locuzioni abusate, narrazioni che supportano le divisioni di genere o di appartenenza? Come ridare un ruolo centrale alla cura linguistica delle informazioni che vengono diffuse? Come evitare la creazione e l'amplificazione di massa di espressioni - e spesso di pregiudizi - gratuitamente ostili?

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