L’impegno della AUO nell’eradicazione dell’HCV: un esempio di best practice

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Policlinico Universitario Monserrato

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09042 Monserrato

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L’impegno della AUO nell’eradicazione dell’HCV: un esempio di best practice

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Circa 70 milioni di individui nel mondo sono infettati dal virus dell’epatite C che insieme all’infezione da virus dell’epatite B provoca la morte di circa un milione e mezzo di persone all’anno. In Europa l’Italia risulta il paese con più alta prevalenza di HCV, con una stima che si attesta tra l’1 e il 2.2% della popolazione e di questi il 75% (circa 297000-670000 individui) ha una infezione attiva. Esistono notevoli differenze geografiche e di età, con maggiore prevalenza al sud e isole e nella popolazione più anziana. In Sardegna i pochi studi attestano una prevalenza di HCV tra il 3 e il 5%. Interventi chirurgici, terapia odontoiatrica, l’uso di droghe endovenose e i trattamenti di bellezza (pearcing, manicure, pedicure, tattoo), ma anche i rapporti nei maschi che fanno sesso con i maschi, assommano ai maggiori fattori di rischio in Italia, mentre il controllo dei donatori presso i centri trasfusionali ha praticamente annullato il rischio di trasmissione da trasfusioni ed emoderivati. La storia naturale della infezione da HCV è caratterizzata da una alta cronicizzazione (oltre il 70%) e da una evoluzione in circa 20-30 anni verso la cirrosi epatica, con un successivo rischio annuale di comparsa di epatocarcinoma del 3-5% e di scompenso clinico 3-6%, instaurato il quale il rischio di morte raggiunge il 15-20% annuo. Vari fattori contribuiscono alla progressione della malattia epatica, tra cui assunzione di alcolici, l’insulino-resistenza e il diabete, coinfezione con altri virus epatitici e con HIV, ma va anche considerato che il soggetto con epatite C presenta una malattia globale che coinvolge più organi ed è alla base dell’invecchiamento precoce. Da qui la necessità di trattare i pazienti con epatite C per raggiungere la risposta virologica sostenuta, con un decremento della mortalità del 62-84%, una riduzione di rischio di epatocarcinoma dal 9.3 al 2.9% ed infine la riduzione di ricorso al trapianto dal 7.3 al 0.2%. Dal 2014 sono disponibili i farmaci antivirali ad azione diretta di seconda generazione e attualmente sono prescrivibili in prima linea tre regimi di associazione con oltre il 95% di risposte virologiche in 8-12 settimane di trattamento.

La possibilità di eradicare il virus C con terapia altamente efficaci con minimi effetti collaterali e la loro la capillarizzazione sul territorio comporta la riduzione del rischio di trasmissione nella popolazione. Da qui la necessità di far emergere il sommerso e fare screening in tutte le categorie considerate a rischio, avviando programmi di linkage to care, in tutti soggetti sottoposti a trasfusioni di sangue o plasmaderivati, ad interventi chirurgici oppure ad iniezioni con siringhe di vetro non monouso, ma anche in soggetti che sono stati sottoposti a tatuaggi e/o piercing e a terapia dialitica, o nei pazienti con coinfezione con HIV, in quelli con storia di tossicodipendenza passata o attiva, nei detenuti in carcere oppure in strutture socio-sanitarie, in conviventi o soggetti che hanno avuto contatti a rischio con persone infette, in maschi che fanno sesso con i maschi ed infine in tutte le persone che presentano un incremento delle transaminasi, in special modo nella popolazione anziana. Tutto ciò comporta la necessità di coordinare gli sforzi tra medici specialisti, medici di medicina generale e medici che lavorano presso strutture o servizi a cui accedono individui considerati ad alto rischio di infezione.

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