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Officina Giovani

4 Piazza dei Macelli

59100 Prato

Italy

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Partitura per un Eden domestico Coreografia: Sara Nesti Danza: Chiara Albano, Giuditta Macaluso Video: I partecipanti al seminario “Hortus

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L'Hortus Conclusus ("Il giardino chiuso") era in epoca medievale un luogo di pertinenza dei monasteri, uno spazio che riproduceva un Eden ideale, una fuga e un rifugio dal mondo reale, nel quale si custodivano tesori naturali e architettonici, nella ricerca di un'armonia compensatoria che potesse preservare da una realtà esterna pericolosa, impura, distraente.

L'Hortus Conclusus è uno luogo protetto, fortemente simbolico. Rappresenta il "Giardino interiore" che ognuno di noi potrebbe e dovrebbe coltivare, al riparo da tutto, facendovi sbocciare i propri fiori, una volta trovati e scelti.

La ricerca, nata durante il periodo del lockdown (Marzo-Maggio 2020), è partita dalla riflessione sul corpo introiettato nello spazio domestico, confinato e definito, per un lungo periodo di tempo.

La percezione del confinamento, vissuto come prigionia e limite, ha aperto possibilità di indagine molto interessanti.

Durante i tre mesi di reclusione a causa dell'emergenza sanitaria abbiamo fatto esperienza di azioni che divenivano ripetitive e di un corpo che interagiva con gli stessi oggetti e gli stessi spazi. Le dinamiche motorie si sono progressivamente livellate su ritmi monotoni, l'orizzonte visivo si è improvvisamente avvicinato per permetterci di orientarci nelle dinamiche centripete di un movimento essenzialmente funzionale.

Prigionieri dei nostri stessi spazi domestici, abbiamo rivolto verso l'interno lo sguardo e la percezione, e dopo un'iniziale senso di disagio, ci siamo aperti all'ascolto del silenzio, alla tolleranza dell'attesa, al rispetto della lentezza.

E' nella solitudine del proprio giardino che è nato un dialogo fra l'esterno e l'interno, fino a giungere alla scoperta che l'uno è il riflesso dell'altro.

Dall'esperienza dell'isolamento si realizzano connessioni inaspettate: anche il movimento più lieve e nascosto crea un'eco, che si espande oltre il confine della propria pelle, della propria stanza, del proprio campo visivo.

La distanza dall'altro genera un legame, un senso di appartenenza allo stesso flusso delle cose, un ponte invisibile più forte di un abbraccio.

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